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Rassegna stampa sulla Titanus e le sue produzioni.

XXI MOSTRA DI VENEZIA - "ROCCO" CHIUDE LA COMPETIZIONE DA DOMINATORE


Pubblicato il: 03/12/2003
Visualizza la scheda di: ROCCO E I SUOI FRATELLI
Araldo dello Spettacolo
08/09/1960
XXI Mostra: «Rocco» chiude la competizione da dominatore
Capita così di rado, anche al Festival, che i critici siano tutti d'amore e d'accordo fra di loro e col pubblico, che non possiamo non rallegrarcene e congratularci con chi è riuscito a stabilire questa entente cordiale al Lido. Il nome del mediatore, com'è noto, è Luchino Visconti. Lo strumento della felice mediazione è il film Rocco e i suoi fratelli, col quale l'Italia ha chiuso il 6 sera la XXI Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Chiusura più brillante, nel senso antimondano della parola, non si sarebbe potuta avere. E come succede sempre in questi casi, dato che la natura umana cambia assai lentamente, la lieta conclusione ha già fatto dimenticare gli umori della vigilia e dell'apertura e molti, pur scrupolosi cronisti, hanno già cominciato ad abusare di immagini retoriche e iperboliche per descrivere questo gran finale di marca italiana (e fin qui passi), pretendendo però di illuminare con esso (gran finale) tutto il resto del Festival. Ma del Festival nel suo insieme diremo con calma nei giorni che verranno. Oggi, senza retorica, cerchiamo di valutare invece il successo di Rocco. Anzitutto va detto che il film di Visconti era partito con i favori del pronostico: si sapeva qual era la sua statura estetica, il suo respiro narrativo, il suo potenziale drammatico, la sua carica realistica, ecc. ecc. Era uno dei favoriti, insomma, e come molti grandi campioni di queste Olimpiadi romane del 1960 non ha deluso. Non ha deluso ne coloro che avevano accusato Visconti di neoromanticismo dopo Le notti bianche, in quanto Rocco stilisticamente si riallaccia alla asciuttezza realistica di La terra trema (ma con un rigore artistico meno ascetico, con morbidezze di ritmo narrativo ignote a La terra trema); non ha deluso i patiti del neoromanticismo, in quanto il franamento morale di alcuni personaggi, preso a sé, senza leggervi dentro altro che una vertigine esistenziale, è tale da soddisfare il più arrabbiato dei romantici; non ha deluso gli esteti, in quanto le inquadrature, le composizioni figurative e il ritmo sono di una preziosità da breviario di estetica; non ha deluso i contenutisti, in quanto Rocco evoca una condizione umana e sociale con la forza di un Balzac (e in più con una consapevolezza che Balzac non aveva); e infine non ha deluso il pubblico, in quanto la storia in sé possiede una tale capacità di commozione da travolgere i «se» e i «ma» non confortati da una adeguata protezione filosofica o tecnica. Un successo, secondo noi, giusto, meritato, pieno, senza esitazioni, grazie anche a degli interpreti di alta classe; un successo che onora la cinematografia italiana e che molto probabilmente verrà consacrato dalla giuria con l'assegnazione del Leone d'Oro. Oltre che di Visconti, è doveroso parlare degli sceneggiatori che insieme a Visconti hanno creato, pezzo per pezzo, questo formidabile film di poesia, che ha anche il vantaggio di essere un affascinante spettacolo. I loro nomi sono questi: Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli e Visconti stesso. Un elogio alla splendida fotografia di Rotunno, una lode particolare ad Alain Delon, Annie Girardot e Renato Salvatori che del centralissimo cast ci sono sembrate le pedine migliori.
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