L’assassino

L’assassino

Regia di

Elio Petri

Anno

1960

Genere

Drammatico

Categoria

Cinema


sinossi

Il debutto alla regia di uno degli autori più importanti del cinema d’autore italiano

Marcello Mastroianni in un ruolo di sorprendente densità

Un giallo dove il delitto non è quello che sembra a prima vista

Al suo debutto dietro la macchina da presa, Elio Petri già evidenzia quella corposa destrezza che lo accompagnerà nel corso di una carriera tra le più dense e stimolanti del grande cinema d’autore italiano. Nella figura del suo protagonista, un arrampicatore impregnato di meschineria, si coagula un senso di squallore all’ombra dell’incipiente boom economico, che si appresta a fare piazza pulita degli ideali collettivi che avevano sorretto l’Italia del dopoguerra. Merito del regista aver vinto la sfida di affidare quel ruolo a Marcello Mastroianni, facendo vibrare, dietro al suo volto che ispira fiducia istintiva, un ribollire segreto di mediocrità. A prima vista un giallo, con tanto di cadavere e commissario (l’ottimo Salvo Randone, una sorta di attore feticcio di Petri): ma un giallo che sposta costantemente l’attenzione al di là della risoluzione di un crimine, e va alla ricerca di colpe più sottili. 

Un antiquario è condotto a un posto di polizia per essere interrogato. Nessuno però gli spiega la ragione del fermo e l’uomo cerca di immaginare quale può essere la sua colpa. Dai suoi ricordi scaturisce una sorta di esame di coscienza che comunque non lo porta vicino alla verità, che è ben più grave. È infatti sospettato di aver ucciso una donna. Il vero colpevole non è lui, ma chi può dirsi davvero innocente?

Il debutto alla regia di uno degli autori più importanti del cinema d’autore italiano

Marcello Mastroianni in un ruolo di sorprendente densità

Un giallo dove il delitto non è quello che sembra a prima vista

Al suo debutto dietro la macchina da presa, Elio Petri già evidenzia quella corposa destrezza che lo accompagnerà nel corso di una carriera tra le più dense e stimolanti del grande cinema d’autore italiano. Nella figura del suo protagonista, un arrampicatore impregnato di meschineria, si coagula un senso di squallore all’ombra dell’incipiente boom economico, che si appresta a fare piazza pulita degli ideali collettivi che avevano sorretto l’Italia del dopoguerra. Merito del regista aver vinto la sfida di affidare quel ruolo a Marcello Mastroianni, facendo vibrare, dietro al suo volto che ispira fiducia istintiva, un ribollire segreto di mediocrità. A prima vista un giallo, con tanto di cadavere e commissario (l’ottimo Salvo Randone, una sorta di attore feticcio di Petri): ma un giallo che sposta costantemente l’attenzione al di là della risoluzione di un crimine, e va alla ricerca di colpe più sottili. 

Un antiquario è condotto a un posto di polizia per essere interrogato. Nessuno però gli spiega la ragione del fermo e l’uomo cerca di immaginare quale può essere la sua colpa. Dai suoi ricordi scaturisce una sorta di esame di coscienza che comunque non lo porta vicino alla verità, che è ben più grave. È infatti sospettato di aver ucciso una donna. Il vero colpevole non è lui, ma chi può dirsi davvero innocente?


L’assassino